C’è una scena che si ripete ogni giorno nel mondo della SEO.
Apri un tool, inserisci il dominio e vedi un numero. A volte è alto, a volte è basso. Quasi sempre è colorato. Quel numero si chiama Domain Authority, Domain Rating, Authority Score, Trust Flow o con qualche altro nome elegante.
E da quel momento in poi, tutto ruota attorno a lui.
“Dobbiamo alzarlo.”
“Siamo sotto ai competitor.”
“Quando arriveremo a 50, Google ci premierà.”
Il problema è che Google non sa nemmeno che quel numero esiste.
La fake news più resistente della SEO moderna
La convinzione che “più autorità = più ranking” è talmente radicata che molti non la mettono più in discussione. È diventata un dogma operativo. Eppure è una delle fake news tecniche più longeve dell’intero settore.
Google non utilizza:
- Domain Authority
- Domain Rating
- Trust Flow
- Authority Score
- metriche di visibilità proprietarie
Non le usa perché non può usarle.
E questo è il punto che quasi nessuno spiega davvero.
Perché queste metriche NON possono essere segnali Google
Qui dobbiamo fermarci un attimo e ragionare come un ingegnere, non come un marketer.
Google è un sistema distribuito che:
- crawla il web
- indicizza documenti
- valuta segnali misurabili
- prende decisioni su scala planetaria
Per essere usato come segnale di ranking, un dato deve avere quattro caratteristiche fondamentali:
- Deve essere interno al sistema Google
- Deve essere riproducibile
- Deve essere non ambiguo
- Deve essere verificabile direttamente
Le metriche di autorità dei tool falliscono tutti e quattro i punti.
Problema 1: Google non ha accesso a quei dati
Domain Authority e simili sono calcolate da aziende private usando:
- crawl parziali
- dataset incompleti
- link che Google potrebbe non aver mai visto
- modelli matematici proprietari
Google non interroga API di terze parti per decidere il ranking.
Usa solo ciò che è nel suo indice.
Se Google usasse quelle metriche, dovrebbe:
- fidarsi di crawl esterni
- accettare stime
- dipendere da algoritmi che non controlla
È l’esatto opposto di come funziona Google.
Problema 2: non esiste una “autorità” unica e globale
Questa è la parte più sottovalutata.
Google non assegna un valore assoluto a un dominio.
Non esiste una pagella del tipo “questo sito vale 73/100”.
Google valuta:
- documenti
- query
- contesti
- intenti
Un sito può essere autorevole su un tema e irrilevante su un altro.
Una pagina può superare un competitor autorevole se risponde meglio a una query specifica.
Le metriche dei tool, invece, appiattiscono tutto in un numero unico.
È comodo, ma è una semplificazione estrema che non esiste nel modello Google.
Problema 3: sono metriche comparative, non causali
Domain Authority & co. non misurano “quanto Google ti ama”.
Misurano come appari rispetto ad altri siti nel database del tool.
È una classifica interna, non un segnale di ranking.
È come dire:
- “sei più alto della media della stanza”
ma non sapere: - se la stanza è quella giusta
- se la gara è di altezza
- se qualcuno è seduto
Ottime per confronti interni, inermi per spiegare il ranking reale.
L’errore strategico: ottimizzare per il simulatore
Qui nasce il vero danno.
Quando inizi a lavorare per:
- alzare la Domain Authority
- “battere” il competitor su un numero
- inseguire soglie arbitrarie
stai ottimizzando per un simulatore privato, non per Google.
È come allenarsi per vincere a Monopoli convinti che serva a diventare ricchi nel mondo reale.
Puoi:
- comprare backlink solo perché “alzano il DR”
- inseguire domini “forti” anche se fuori contesto
- ignorare l’intento di ricerca
- trascurare la qualità del contenuto
E poi chiederti perché il ranking non arriva.
Ma allora Google come valuta davvero l’autorità?
Qui serve precisione.
Google non usa “autorità” come numero.
Usa segnali distribuiti, tra cui:
- link reali tra documenti
- contesto semantico
- coerenza tematica
- comportamento aggregato degli utenti
- affidabilità percepita nel tempo
Sono segnali:
- dinamici
- dipendenti dalla query
- non riducibili a un punteggio unico
Ed è per questo che nessun tool può replicarli fedelmente.
Perché i tool continuano a usare queste metriche
Perché servono. Ma per altri scopi.
Le metriche di autorità sono utili per:
- confronti interni
- analisi di massima
- clustering
- priorità operative
Il problema nasce quando:
- vengono vendute come segnali Google
- diventano KPI di successo
- sostituiscono l’analisi reale
Non sono il male.
Sono il falso assoluto che diventa pericoloso.
La regola d’oro da ricordare
Se una metrica:
- ha un nome proprietario
- cambia da tool a tool
- non è documentata da Google
- non è verificabile in Search Console
allora non è un segnale di ranking.
Può essere una bussola.
Non è la mappa.
Non è il territorio.
Conclusione! Qui bisogna tornare al supermercato vero
I soldi del Monopoli sono utili per giocare.
Ma quando devi fare la spesa, servono euro veri.
In SEO è lo stesso:
- i numeri dei tool aiutano a orientarsi
- ma il ranking si gioca altrove
Ottimizzare per Google significa:
- rispondere meglio alle domande degli utenti
- costruire contenuti solidi
- creare collegamenti reali e contestuali
- lavorare sulla qualità, non sulla vanità numerica
Se un numero ti fa stare tranquillo, probabilmente non è Google.
